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Intervista ad Andrea Chimenti

Articolo di: Alberto Barina; pubblicato il 21/09/2005 alle ore 08:48:29.

Andrea Chimenti

Dopo più di venti anni di musica ancora sono a fare la gavetta e non so mai se arrivo a fine mese. E’ vero che ho fatto delle scelte estreme, ma quello che ogni tanto mi trovo a pagare mi sembra troppo. Lo Stato non ha mai fatto niente per la cultura e in particolare per la musica, i governi di sinistra come quelli di destra. Per ora cerco di rimanere in sella e se è contro mulini a vento che devo combattere... pazienza, servono anche i sognatori e i visionari a questo mondo.

Una domanda un po’ ardita. Hai intitolato il tuo album “Vietato morire” anzi, a dir la verità, di titoli ne ha ben quattro visto che la parola è espressa in altre quattro lingue diverse, proprio come fosse uno di quei divieti “internazionali” che s’incontrano nelle stazioni, negli aeroporti; nei luoghi comuni, solo che nessuna stazione e nessun aeroporto riporta una frase ed un divieto così importante. Ma io ti chiedo, quale altro divieto, di questi tempi, oltre al “vietato morire”, ti piacerebbe magari vedere campeggiare nelle stazioni, nei metrò... Quale altro divieto ritieni importante che la gente debba seguire per vivere bene ai giorni nostri?

Caspita! La tua domanda è veramente ardita! In un testo cantavo “musica ardita, musica la mia vita”, quindi devo necessariamente accettare domande ardite e proverò a risponderti. Mi piace molto come hai collocato il titolo “Vietato Morire”, infatti una delle idee iniziali era quella di fare la copertina del cd con un finestrino di un treno visto dall’interno del vagone con sotto, tra i vari vietato sporgersi, vietato fumare ecc., aggiungere “Vietato Morire”. Volevo che avesse il sapore di divieto quotidiano, ma un divieto positivo una volta tanto. Bene, vengo alla tua domanda e un po’ timidamente ti rispondo che un buon divieto potrebbe essere “Vietato sentirsi Dio”. Ti dico questo perchè mi sembra la tendenza generale di questi ultimi tempi. Non vedo in giro facce soddisfatte o sguardi luminosi, ma una cappa grigia generale in un mondo che ti dice che puoi fare tutto, tutto ti è concesso perchè tu sei padrone di te stesso dove si parla solo di diritti, dove per il benessere si è pronti a distruggere qualsiasi cosa...anche la nostra storia e le nostre radici siamo pronti a seppellire per un presunto e nebuloso futuro. In mezzo a tanta libertà gli occhi dei nostri giovani sono completamente spenti...aiuto, qualcosa non funziona, la nostra generazione forse ha fatto degli errori. Questo uomo-dio che è capace di fare e disfare, creare la vita e distruggerla quando vuole fa un po’ acqua. Questa ondata di nuovo “Positivismo” che stiamo vivendo ha l’odore di carne andata a male.

Molti tuoi colleghi sostengono che il binomio musica-poesia debba rimanere diviso, altri sostengono che musica e poesia invece siano “parti di uno stesso corpo”. Qual’è la tua opinione in merito?

Appartengo sicuramente alla seconda schiera. La poesia è nata con il canto, mi vengono alla mente i Salmi di Davide che lui componeva sulla cetra. Certo che nel corso della storia la poesia si è ritagliata uno spazio indipendente dalle note musicali e oggi la conosciamo per il solo aspetto letterario. Penso che il canto non tolga nulla alla parola, ma possa diventare un veicolo in più perchè questa arrivi al cuore. A conclusione direi che la poesia vive tranquillamente senza la musica, ma che la musica può interagire con essa e può divenire un suo efficace supporto formando un tutt’uno, un’opera completa. Questa è un’operazione non facile, ma quando riesce è un’alchimia incantevole.

In quale luogo fisico o mentale nasce per te la poesia? La tua poesia?

Il luogo è sicuramente quello del quotidiano, con le gioie e i dolori di tutti i giorni, fatto di mattine dove non hai voglia di mettere i piedi giù dal letto, di auto da portare dal meccanico, il figlio a scuola, un’impegnativa dal medico, un ritardo, un’incazzatura, un pranzo, una lite, una pace, una sera con gli amici più cari. Sono tutte queste cose che ti parlano della vita, che qualcuno potrebbe vedere come prigione, ma in realtà sono una porta verso l’immenso.

Nella foto di copertina del cd è ritratta una ragazza, una donna... raffigura un’ipotetica “cattiva amante”?

No, la donna raffigurata in copertina ha molto a che fare con il titolo “Vietato Morire”. La donna è portatrice di vita. L’atmosfera della foto è molto serena anche se contornata da ombre e mi trasmette una sensazione di calore e accoglienza. In quel volto c’è tutta la femminilità più alta. Gli occhi invitano chi guarda con una sensualità dove non esiste quella volgarità oggi così diffusa. La frase “Vietato Morire” e quell’immagine provocano in me una tensione positiva di forte impatto emotivo.

Nel cd c’è un brano tratto da un canto tradizionale ebraico: “Mipney ma”. Vuoi parlarci di questa ricerca che immagino tu abbia fatto e che ti ha condotto ad esplorare la musica ebraica?

Qualche anno fa Enrico Fink mi aveva chiesto di sostituirlo in uno spettacolo dal titolo “Mazal Tov” portato sulle scene dalla compagnia “Terra di Danza”. Nello spettacolo veniva ripercorsa la storia del popolo ebraico. Io non essendo ebreo temevo di non essere all’altezza, ma poi accettai perchè rimasi conquistato dai pezzi che avrei dovuto cantare e in particolare dal testo di uno di questi: “Mipney Ma”. Durante le registrazioni di “Vietato Morire” accennai casualmente il motivo mentre scendevo le scale della villa dove stavamo registrando e Matteo Buzzanca rimase colpito dalla melodia e subito mi seguì con il pianoforte accennando ad un possibile sviluppo armonico.

Così proprio sulle scale, sfruttandone il riverbero naturale, abbiamo registrato “Mipney Ma” in presa diretta ed è finita sul cd. Il testo di quel brano sembra essere il riassunto della tematica che pervade tutte le canzoni. [“Perché, perché l’anima è caduta giù dal cielo? Perché le cadute più grandi sono preludio alle più grandi ascese – “Mipney Ma”].

Nella foto all’interno del booklet del cd sei ritratto seduto sul divano con un bellissimo cagnolino ed alla tua destra sotto l’avambraccio stai “schiacciando” due libri... di che libri si tratta?

Ricordo solo il titolo di uno dei due: “Lettere ad un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke. Ricordo che lo leggevo proprio in quei giorni. Nonostante la foto possa sembrare ricercata nella posa si tratta invece di uno scatto in sala da pranzo abbastanza estemporaneo ed elaborato successivamente.

Ho letto nei tuoi tratti biografici che ti sei occupato anche di sonorizzazioni di musei, mostre e video d’arte a testimonianza tra l’altro di un tuo completo coinvolgimento nel mondo dell’arte dunque non solo prettamente musicale. Ce ne vuoi parlare.

Negli anni ’70 ho studiato cinque anni ad Urbino cinema d’animazione. I cosiddetti “cartoni animati” sono stati la mia passione e il mio lavoro iniziale. Sono cresciuto abituato ad abbinare alle immagini la musica e conseguentemente il contrario. Ancora oggi quando scrivo una musica o delle parole mi viene sempre spontaneo abbinarla a delle immagini. La sonorizzazione di musei o installazioni rientra in questa ottica. Non è la mia occupazione principale, è una cosa che capita di tanto in tanto, ma quando mi viene proposta e la situazione è interessante, mi piace farlo.

A quanto ammonta la tua percentuale di non aderenza, di astrazione dal mondo reale e materiale?

A questa domanda non so rispondere perchè è una questione di punti di vista. Più di una volta è successo che pur sentendomi assolutamente aderente a determinate situazioni pratiche mi hanno fatto notare che ero fuori dal mondo. Non so cosa significhi il mondo reale, credo che ci sia un solo modo di vedere le cose: quello dei propri occhi. Per ognuno di noi ciò che vediamo e come lo vediamo corrisponde al reale. La mia musica e le mie parole rappresentano come io vedo quello che mi circonda e quando qualcuno mi dice che ha apprezzato il mio lavoro mi dico: “lui vede le cose come me, io le vedo come lui” e questo mi fa sentire meno solo.

"Non porterei nulla con me/solo questa piccola luce/che sta nascendo proprio adesso”. Queste sono le strofe di “Se tornassi alla fonte” l’ultima canzone del cd. Ma dove nasce e soprattutto cos’è questa luce? Questi versi finali sembrano metaforicamente aprire e chiudere una sorta di cerchio magico o mi sbaglio?

Hai ragione, è come un cerchio magico che si chiude. Quando ero bambino mi trovavo in auto con mio padre e passando davanti alla casa dove lui era nato mi disse: ”Ogni volta che passo di qui è come se chiudessi un cerchio”. Questa frase rimase impressa nella mia testa di bambino. L’idea di un inizio per tutte le cose mi ha sempre affascinato. Ogni cerchio che si chiude incontra nuovamente la sua origine e in qualche modo deve tirare delle somme e guardare il tragitto percorso e vedere quanto la linea è venuta tonda o quanti spigoli ha lasciato sul suo percorso. La canzone “Se Tornassi alla Fonte” parla un po’di questo. Se dovessi tornare all’inizio e ricominciare da capo, cosa porterei, cosa salverei di tutto quello che ho fatto in una vita? Qui subentra la mia personale esperienza e quella piccola luce altro non è stata che il mio lento e combattuto inizio di conversione, la cosa più bella accaduta nella mia vita nonostante il disastro che sono.

Nella canzone “Il momento del passo” parli di uomini dal deserto che arrivano con carri carichi di pietre e che sono i benvenuti nella tua casa. Chi sono questi uomini “enigmatici”?

Uomini con dei carri carichi di pietre che provengono da un deserto mi sembra un’immagine che possa rappresentare l’arrivo delle difficoltà, delle avversità, dell’aridità (nessun riferimento ad un luogo geografico preciso o ad un popolo). Il fatto di aprire loro le porte e farli sedere alla propria tavola è indice di superamento delle difficoltà, accettandole e addirittura amandole. La nostra società ci insegna a nascondere il dolore, la canzone parla del passo che l’uomo compie quando al dolore riesce a dare un significato trasformandolo in qualcosa che può addirittura diventare prezioso. Sono parole apparentemente dure, ma ci sono uomini che hanno saputo realizzarle.

Il tempo, questo tempo è più amico o più nemico della musica, dell’arte in genere?

Nonostante ci siano maggiori possibilità tecnologiche direi che questo tempo è nemico. Uno dei motivi è che abbiamo disimparato la cultura dell’ascolto. Oggi la musica la sentiamo in macchina, al computer mentre facciamo altro. Abbiamo bisogno di cose che ci violentino, prepotenti, altrimenti non ci accorgiamo della loro esistenza. C’è un’offerta enorme in tutti i campi e riuscire ad emergere è molto più difficile. Le radio commerciali si sono molto standardizzate con la conseguenza che le proposte musicali si assomigliano un po’ tutte. Non sono il solo a credere che volutamente abbiano abbassato il livello culturale del nostro paese...è maledettamente difficile fare questo mestiere oggi, non so ancora per quanto tempo riuscirò ad andare avanti.

Durante la tua carriera di musicista ti è mai capitato di sentirti un po’ come una sorta di Don Chiscotte che lotta contro i mulini a vento?

Si, molto spesso ho questa sensazione e non è piacevole. Dopo più di venti anni di musica ancora sono a fare la gavetta e non so mai se arrivo a fine mese. E’ vero che ho fatto delle scelte estreme, ma quello che ogni tanto mi trovo a pagare mi sembra troppo. Lo stato non ha mai fatto niente per la cultura e in particolare per la musica, i governi di sinistra come quelli di destra. Per ora cerco di rimanere in sella e se è contro mulini a vento che devo combattere...pazienza, servono anche i sognatori e i visionari a questo mondo.

Intrise di luce notturna, deserti, silenzi, piccole cose... questo è un po’ il paesaggio nel quale si muovono le tue canzoni... ma la composizione, la tua scrittura è prevalentemente notturna oppure diurna, dunque artisticamente parlando sei più uno spirito notturno o diurno?

Posso dirti che la mia indole sarebbe quella notturna (la sera non andrei mai a letto ed è il momento della giornata in cui mi sento più vivo), ma ho imparato a vivere il giorno da quando ho avuto un figlio e devo dire che non tornerei alla vita notturna, il mattino è un momento magico anche per la musica. Spesso il luogo comune vuole il musicista notturno seduto al piano con il posacenere pieno di cicche e alcool nel bicchiere. Amo la luce del sole in tutte le sue varianti, dal sereno ai giorni piovosi...la pioggia mi piace da morire. E’ importante per me condurre una vita al ritmo della società in cui vivo...una canzone deve prendere spunto dal quotidiano che è fatto anche dall’incontrare gli altri.

Parlaci anche un po’ del video “La cattiva amante”. Già altri tuoi colleghi hanno utilizzato l’immagine affascinante dell’uomo o della donna che si ripara, oppure gioca, si nasconde sotto un ombrello nei loro video, posso citarti Waits che l’ha utilizzato per la copertina di un suo album, oppure ancora Battiato; lo stesso Magritte dipingeva “uomini volanti” aggrappati agli ombrelli. Qual è secondo te il meccanismo, il segreto che tramuta un oggetto comunissimo come un ombrello in un oggetto carico di fascino e mistero poetico?

Un oggetto acquista una carica emotiva a seconda del contesto in cui si trova. Degli alunni seduti al banco che tengono l’ombrello aperto in un’aula dove piove è sicuramente una situazione singolare e l’ombrello si carica di significati. Qui ci vorrebbe Fernando Maraghini e Maria Erica Pacileo che hanno ideato e diretto il clip. La situazione ricreata nel video voleva essere di disagio: il luogo dove l’uomo viene avviato alla maturità, coltivato nello spirito e nell’intelletto, quindi necessariamente un luogo privilegiato, protetto, perchè è in un’aula che si “forgiano” le nuove generazioni, questo luogo, dicevo, è ridotto a quattro mura fatiscenti, ammuffito, dove la pioggia cade sui banchi bagnando libri e quaderni. Sopra ogni ombrello è appeso al soffitto un sacchetto di plastica trasparente che incombe su ogni alunno. All’interno della sacca c’è un oggetto simbolico immerso nell’acqua, in ognuno un oggetto diverso come racchiuso in una placenta, a simboleggiare le diverse aspirazioni, che galleggiano in una sorta di liquido amniotico da dove forse non nasceranno mai. E’ una critica alla nostra cultura, che sembra promuovere la morte più che la vita, una cultura che ha rinnegato la sua storia e la sua profonda essenza in virtù di un futuro indefinito. Perdonami se ho divagato, ma volevo dire che il contesto che ti ho descritto permette all’ombrello di comunicare un messaggio. Quello stesso ombrello in mano ad una persona che si reca il mattino a lavorare non ha nessun significato se non quello di essere un comodo parapioggia.

A quale poesia di Giuseppe Ungaretti o a quale suo verso ti senti più legato?

“D’improvviso è alto sulle macerie il limpido stupore dell’immensità e l’uomo curvato sull’acqua, sorpresa dal sole, si rinviene un’ombra cullata e piano franta” il titolo è “Vanità”.

Avresti voluto essere l’autore di... e perché.

Forse di “Life on Mars” di David Bowie. Per il fatto che è una canzone a cui sono molto legato perchè è stata uno dei miei primi ascolti musicali da ragazzo. Oggi quando la sento è capace di emozionarmi come allora e rappresenta per me una sorta di “icona” della canzone ideale.

Sito internet: www.andreachimenti.it

Un ringraziamento particolare per la gentile collaborazione e disponibilità nella realizzazione di questa intervista ad Andrea Chimenti e ad Andrea Sbaragli e Leonardo Cianfanelli di www.kizmaiaz.com