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Scraps Orchestra: intervista a Stefano Boccafoglia

Articolo di: Gian Luca Barbieri; pubblicato il 19/01/2008 alle ore 01:50:46.

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La Scraps Orchestra pubblica il suo quarto cd nella collana dei Materiali musicali del Manifesto: Nero di seppia. Titolo suggestivo, disco bellissimo, che prosegue e sviluppa un percorso di ricerca coerente e degno di un'attenzione di gran lunga superiore a quella che finora e' stata tributata al geniale sestetto mantovano.

Scraps Orchestra

La Scraps Orchestra pubblica il suo quarto cd nella collana dei Materiali musicali del Manifesto: "Nero di seppia". Titolo suggestivo, disco bellissimo, che prosegue e sviluppa un percorso di ricerca coerente e degno di un'attenzione di gran lunga superiore a quella che finora è stata tributata al geniale sestetto mantovano.

Dopo "Naviga l'Ego" (1997), "Organi in movimento" (1999) e "Il diavolo di mezzogiorno" (2003), il gruppo riprende lo stile del tutto personale elaborato nelle opere precedenti e realizza un disco di grande intensità, che si colloca in una posizione di assoluto prestigio nel panorama della canzone d'autore italiana. La formazione è composta da Stefano Boccafoglia (autore dei brani, voce, organetto, piano a tamburo, Hammond), Roberta Visentini (clarinetto, sax, corno), Giorgio Signoretti (chitarre, banjo), Marco Cocconi (contrabbasso e basso elettrico), Pietro Benucci (batteria e percussioni) e Marco Remondini (violoncello, sax, loops, arrangiamenti e orchestrazione). Al loro fianco altre presenza di prestigio come Fausto Mesolella alle chitarre, Beppe Gioeta alla viola, Alice Baccolo e Marco Tafelli al violino, Fiorenza Brioni alla voce, Paolo Fresu e Dario Remondini alla tromba e l'intrigante S. Michele Swing Tanzen Verboten Banda.

Quindici pezzi per più di 70 minuti di musica stimolante, avvolgente, giocata su sonorità sussurrate, su intrecci strumentali delicati e impalpabili e su testi di grande impatto, raffinati, poetici, sempre capaci di aggirare con arte l'effetto del "già sentito".

Come il ricavato della vendita del cd precedente è stato destinato ad Emergency, per "Nero di seppia" destinataria degli incassi sarà la cooperativa CHV di Suzzara che sta costruendo una Comunità Casa Alloggio per persone con disabilità. Abbiamo intervistato Stefano Boccafoglia.

Partirei dai testi e dal loro rapporto con la musica. Mi pare che questo legame, nella vostra produzione, non solo in "Nero di seppia", sia particolarmente stretto, inscindibile, una sorta di reciproca giustificazione, di esistenza simbiotica. È solo una sensazione?

Assolutamente no, non è solo una sensazione. Da questo punto di vista, ho una formazione abbastanza "canonica" nei confronti della canzone d'autore in quanto tale. Sono cresciuto ascoltando "parole" attaccate alla musica e il più delle volte, parole "pesanti", appoggiate sul tessuto musicale con precisi significati. Sto parlando di artisti che hanno davvero inventato un modo nuovo di ascoltare e di ascoltarsi: sto parlando di De Andrè, De Gregori, Tenco e, in tempi meno remoti, Fossati e, per certi versi, Paolo Conte. Sicuramente ne sto dimenticando altri... I miei testi sono indissolubilmente legati al tessuto musicale e, come appropriatamente suggerisci, esiste una reciproca giustificazione ed, oserei dire, anche una reciproca gratificazione.

In relazione alla domanda precedente, sarei curioso di conoscere il modo in cui nascono le vostre canzoni: prima il testo, prima la musica, parto contemporaneo...?

Credo che non esista una regola... Solitamente inseguo un'idea e l'idea sta inseguendo una voce da regalare al mondo (senza che questa affermazione assomigli ad un non meglio precisato messaggio episcopale!). Per cui, alle volte è una musica che esprime il pensiero e le parole a ruota e a volte è un incipit verbale che detta le regole. Se esiste una regola in questo senso, è solo nell'applicazione di un'autocensura feroce nei confronti dell'uso smodatamente "commerciale" e commerciabile di alcuni termini. La lingua italiana è difficile da addomesticare ma, se usata a dovere, sa regalare sensazioni che altri idiomi difficilmente identificano.

Ancora sui testi. Estremamente poetici, essenziali e suggestivi, talvolta ermetici, tanto da rendere ardua, in alcuni casi, l'attribuzione di significato. Non si tratta certo di un effetto casuale, ma di una scelta poetica fortemente ricercata. È il "riaprire i terreni della narrazione" che si legge nelle note di copertina?

Per diverso tempo ho immaginato ed anche sperato, tornasse un tempo per la curiosità. Perché il tempo della curiosità ha creato, in passato, il mercato della curiosità. E il mercato della curiosità ha imposto precise regole. Cercare di capire cosa significasse una determinata frase, come avesse fatto il suo autore a predisporla in quel modo unico e incontrovertibile era per me un esercizio molto affascinante e, nel contempo, stimolante, producente... mi spingeva a provare, a cercare. Il mio tentativo è sicuramente questo, provare ad instillare in qualche orecchio attento, lo stimolo per riaprire davvero qualche terreno nuovo della narrazione. Perché, se di narrazione si tratta, mi sembra un po' troppo semplice e forse anche un po' inutile, dire tutto, subito e così esplicitamente.

Il tono a volte ermetico dei testi e, in qualche caso, la loro difficoltà, si pongono inevitabilmente in relazione con l'individuazione di una fascia di pubblico ben precisa. Quale?

Ovviamente l'ambizione è quella di abbracciare, non un settore del teatro, ma la platea tutta. Anche per cause di forza maggiore, questo è difficilmente ottenibile. Ma ritengo sia sbagliato, eccessivamente autoreferenziale e un po'presuntuoso cercare di piacere esclusivamente ad una ristretta elite di persone. Se i miei testi a volte sono ermetici o difficili, come dici, sicuramente non lo sono fine a se stessi. È probabile che questo delinei od individui una ben precisa fascia d'ascolto ma questo, ai miei occhi, rappresenta solo un ulteriore, triste segnale d'allarme.

I testi sono in rima (o in assonanza). L'impressione è che in alcuni casi le rime vengano un attimo prima, anziché un attimo dopo, la ricerca del percorso semantico del testo, e che quindi impongano una direzione alle parole che verranno, mentre di solito è vero il contrario. Impressione sbagliata?

No, potrebbe non essere un'impressione sbagliata. Anche se è un'ipotesi valida a tratti all'interno dell'intera stesura di una singola canzone. È una sorta di meccanismo dinamico che ormai s'innesca quasi naturalmente. È un meccanismo dal quale, per altro, mi faccio coinvolgere volentieri.

La voce: impiegata in maniera essenziale, in alcuni casi secondo un recitato o una sorta di recitarcantando. Scelta minimalistica, in sintonia con la tendenza dominante degli arrangiamenti, che sembrano sussurrare le loro note più che gridarle?

Ovviamente si. La voce è uno strumento. E, per quanto mi riguarda e nei confronti dei miei compagni di viaggio, che sono i musicisti quelli veri, direi l'unico strumento che posso mettere, dignitosamente, in campo. Quasi scontato debba essere anche il testimonial degli umori di un pezzo. Per quanto riguarda gli arrangiamenti credo che la scelta di non "urlare" ma più di "dire" le cose che, secondo noi, vanno dette, sia lo specchio e, se possibile, la risposta, per un tempo sommariamente caotico e rumoroso. Di solito se urli in una stanza in cui tutti urlano, finisce che nessuno ti sente.

Un'altra impressione, che può naturalmente venire smentita: "Nero di seppia", come anche (e forse più di) "Organi in movimento" e "Il diavolo a mezzogiorno", ha l'aspetto, o forse il tono, al di là dei singoli brani, di qualcosa di simile a un concept album. Si percepisce una linea rossa che attraversa tutti i pezzi. Se condividi questa impressione, in cosa consiste questa costante?

Condivido, in parte. Nel senso che, ovviamente, nessuno dei nostri lavori precedenti era palesemente quello che, per assodato, si definisce un "concept album" anche se un filo conduttore, per i singoli lavori, è sempre esistito. In quest'ultimo, un po' più spiccatamente e mi fa piacere si noti, in qualche maniera. Credo che il binario su cui si snoda questa nostra ultima narrazione sia quello dell'incomunicabilità, foriera di disagio; è anche per questo che in copertina fa bella mostra di sè lo schermo di una televisione d'altri tempi, uno schermo nero, una sorta di scatola nera del periodo che stiamo vivendo. In parallelo e in simbiosi, il nero che la seppia produce quando si sente aggredita è un deterrente estremamente efficace e destabilizzante ed è questa la dimensione in cui, secondo me, oggi più che in passato, ci troviamo talvolta a dover navigare o affondare.

Una domanda forse sciocca, ma anche questa volta legata a un'impressione. "Organi in movimento" ha una copertina quasi completamente bianca; "Il diavolo a mezzogiorno" fucsia, "Nero di seppia" nera. È un caso?

È una domanda dai risvolti interessanti. È casuale la sequenza cromatica, non, ovviamente, la specifica scelta nei confronti dei singoli lavori. In "organi in movimento" c'era una sorta di bandiera bianca, alzata contro le indifferenze e le impossibilità, in sintonia con un meccanismo, in continuo movimento, appunto, che fagocitava e che spingeva verso "lo scarico" del lavandino, ritagliato sul bianco. Ne "Il diavolo di mezzogiorno" una vecchia chiave inglese si disegna su un drappo di raso fucsia. Il diavolo di mezzogiorno è un modo di dire francese, e significa essere nella situazione di "pretendere tutto subito, immediatamente, adesso". Era la fotografia di una situazione che mi intrigava molto; il mondo aveva appena svoltato l'angolo, lasciandosi alle spalle il vecchio secolo e sembrava che una strana frenesia si fosse impossessata delle persone: lavoro, sensazioni, problemi, vivere quotidiano, tutto doveva svolgersi nel minor tempo possibile, alle migliori condizioni possibili, con il miglior risultato ottenibile. Tutto ciò ai miei occhi aveva qualcosa di veramente diabolico e il clima che si doveva respirare sulla copertina avrebbe dovuto essere quello di "un inferno" con tanto di diavolo con le corna (la chiave inglese) ma vellutato, addomesticato, imborghesito (il raso di fondo).

Per concludere, sempre che tu sia d'accordo, cercherei di estorcerti qualche chiarimento relativo ai testi di alcune canzoni: "Dodici dicembre", "Camera con svista" e "Il cielo di Yuri".

Volentieri...anche se la scelta è andata forse sulle canzoni più "crude" di questo cd e quindi tra le più melanconicamente dense di significati. Il 12 di dicembre è una specie di data simbolo. Dal 12 dicembre del 1969, giorno in cui esplose la bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, inizia un periodo oscuro per la Repubblica Italiana. Periodo che, successivamente, fu chiamato della tensione: attentati, depistaggi, terrore. Per certi versi ritrovo, oggi, gli stessi presupposti ma anche lo stesso humus per cui possano ripetersi, se non episodi similari (eventualità da non augurarsi), contingenze che producano il medesimo clima di disagio. In parte è già così. Nello specifico ho provato a rivivere quell'episodio, servendomene come spunto, con gli occhi di uno dei pochi superstiti, allora bambino, al quale era stata sì salvata la vita ma contemporaneamente amputata una gamba.

"Camera con svista" è una canzone sulla nostalgia. Nostalgia di un passato migliore, di persone migliori, di possibilità inespresse. Uno spostamento della "telecamera" denuncia al contempo quello che potremmo essere o, forse, vorremmo essere, all'interno di questo "tripudio di tromboni", come lo definiva De Andrè. "Il cielo di Yuri" prende spunto da quella che fu l'impresa di Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio. Ovvero uno degli ultimi grandi esploratori. Fu mandato lassù, relativamente allo sbaraglio, per vincere una schermaglia politico/planetaria tra le due superpotenze di allora, l'America e l'Unione Sovietica, ma anche e non ultimo, per rendersi conto se esistesse davvero un Dio a quelle altitudini.

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