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Luigi Maieron, intervista al raffinato cantautore friulano

Articolo di: Gian Luca Barbieri; pubblicato il 14/04/2008 alle ore 19:47:42.

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Torna Luigi Maieron, il raffinato cantautore friulano, con il suo nuovo (terzo) cd, intitolato ''Une primavere''.

Luigi Maieron

Torna Luigi Maieron, il raffinato cantautore friulano, con il suo nuovo (terzo) cd, intitolato Une primavere. Le atmosfere sospese, i toni rarefatti, l'essenzialità negli arrangiamenti, l'intensità dei testi costituiscono l'elemento di continuità più significativo con il passato. La novità è la presenza di alcuni brani in italiano, uno scarto nei confronti di una militanza fedele al dialetto della sua terra.

Il suo stile, la sua "cifra", come si usa dire, hanno raggiunto la piena maturità. La sua voce sussurrata e profonda, la sua chitarra acustica sorretta dal violino di Michele Gazich, dal contrabbasso di Paolo Manfrin, dalla batteria di Ellade Bandini, dalla fisarmonica di Luca Ferro, dal mandolino di Franco Giordani, dal flauto di Elena Ambrogio e dal bouzouki e dalle chitarre di Giorgio Cordini guidano l'ascoltatore in un territorio di emozioni e di stimoli delicati e profondi, che solo Maieron riesce a trasmettere. Ci ha concesso questa intervista.

Per la prima volta, dopo i due precedenti cd ("Anime femine" e "Si vif"), nel tuo nuovo "Une primavere" si trovano alcuni testi in italiano. Come mai?

L'uso della lingua italiana è derivato dal fatto che i temi affrontati nei brani meglio si addicono alla lingua italiana. Ogni lingua infatti porta con sé una mentalità. "A passo di donna", ad esempio, racconta il dualismo di una donna che fatta una scelta deve poi sostenerla nel tempo. Avverte i cambiamenti che il tempo impone, ma lei decide di difendere la sua scelta e ne descrive il costo. La lingua italiana mi ha permesso sfumature più pertinenti a questo tema, meno condizionata dalla mentalità. "I suoni acuti dei sentimenti, il ritmo forte degli assenti" riassume correttamente il tema in una sola frase. Più spesso invece, mi succede il contrario: è la lingua friulana cioè che mi permette di concretizzare, di andare in profondità, di sviscerare gli argomenti in modo più incisivo.

Sulla copertina di "Si vif" comparivi con un cappottone con bavero rialzato e nel gesto di riscaldarti le mani con il fiato, mentre ora le due foto ti ritraggono con una semplice camicia. Segno di un mutamento climatico più generale e non solo a livello meteorologico?

La copertina mostra una crepa alla mia sinistra, simbolo di un'interruzione, di una frattura; e sempre sul muro corre il testo di "Une primavere". Le maniche tirate su indicano volontà di ripresa e l'abbigliamento fa capire che si tratta di una stagione dove puoi stare in camicia. In questo caso è primavera.

Il sodalizio con Michele Gazich aveva già dato preziosi frutti in passato e ora mi pare che abbia raggiunto la perfezione. Segno di un'affinità elettiva non solo musicale, ma soprattutto di gusti, di temperamento, di modo di sentire?

Con Michele sono in sintonia. Il suo modo di "sentire" musico-poetico è simile al mio. A noi piace l'idea di dischi tosti, senza fronzoli. Poi lui ti riesce a capire perfettamente ogni tipo di scrittura. La codifica e ci mette quelle note che servono, né una in più né una in meno.

I testi delle tue canzoni sono centrati su storie di altri. Segno che sono anche profondamente autobiografiche?

Prediligo i temi reali; quelli che appartengono alla vita reale; profonda, quella vita che non si accontenta di rimpinzarsi di ottimismo inutile che ci porta molte volte a sorridere sì, ma che non butta neppure un bicchiere d'acqua nel nostro cuore in fiamme.

I temi trattati sono spesso testimonianza di un vissuto sia personale che più in generale, di amici o conoscenti, ma cerco di cogliere l'universalità di una situazione in modo che all'ascolto uno si possa sentire un poco meno solo.

L'impressione che si ricava dall'ascolto delle tue canzoni è che si tratti di vera poesia in musica. Sei d'accordo? Che cos'è per te la poesia?

Ho sempre pensato che la poesia è un verso, un pensiero, un accordo che riesce ad arrivare al cuore di un'altra persona. Senza questo trasporto, rimane quasi sempre un esercizio, un simbolismo che non serve, utile solo alla circolazione di altre inutili parole. E la poesia questo non può permetterselo.

Il tuo nuovo cd non appartiene più alla "famiglia Eccher". Conseguenza di qualche incomprensione con Bubola, che inizialmente aveva creduto fortemente nel tuo progetto?

Nessuna incomprensione con Massimo [Bubola]. Lui ha sempre creduto in me e c'era la possibilità che anche questo lavoro lo facessimo assieme. Purtroppo le strade artistiche di Massimo e Michele[Gazich] si sono divise ed io ho lavorato con Michele per continuare il viaggio che si era aperto con "Si vîf" e che volevo completato con "Une primavere". Io e Michele ce l'eravamo promesso. Provo vera gratitudine per Massimo che mi è stato maestro e con il quale spero ci possa essere la possibilità di ulteriori collaborazioni.

La musica e la scrittura, due percorsi che si intrecciano intimamente nella tua vita, come dimostra la canzone "La neve di Anna", intitolata come il tuo libro pubblicato quattro anni fa. Quali differenze più significative noti tra questi due modi di esprimerti?

La prosa è come una bottiglia di vino, la canzone un bicchierino di grappa. E' una battuta ma racchiude la sostanza. Nel libro puoi approfondire, spiegare, prendere lo spazio che serve, nella canzone devi dire con il massimo del riassunto. La canzone pretende sottrazione ma non privazione.

Un'ultima domanda. I tuoi progetti per il futuro prevedono un prossimo incontro del pubblico con una tua scrittura o con le tue musiche?

Spero di riuscire a fare entrambi, anche perché per il sottoscritto vita e scrittura sono una cosa confinante. Il mio tempo lo spendo in questa direzione, stringendo qualche bullone, saldando qualche filo; in una continua revisione del mio mondo interiore così complesso e bisognoso.

Luigi Maieron: sito ufficiale.