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Alessandro Hellmann: cantautore, scrittore e poeta, un artista senza confini (intervista)

Articolo di: Gian Luca Barbieri; pubblicato il 17/07/2009 alle ore 12:55:05.

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Hellman e' un cantautore genovese trapiantato a Roma che affianca questa sua attivita' a quella di scrittore, poeta e autore teatrale. In occasione della sua prima uscita discografica (Summertime Blue), ci ha rilasciato questa intervista.

Alessandro Hellmann - Summertime Blue - cd cover

Summertime Blue è il titolo del primo cd di Alessandro Hellmann, affiancato dalla Nestor Band (Tre Lune Records). Hellman è un cantautore genovese trapiantato a Roma, che affianca questa sua attività a quella di scrittore, poeta e autore teatrale. Tra i suoi volumi vanno ricordati Cent'anni di veleno del 2005 e Cuba. La rivoluzione imperdonabile del 2008, editi da Stampa Alternativa, La persistenza delle cose del 2004 e Storia di nessuno del 2005, pubblicati da Prospettiva Editrice.

La sua abilità e il suo stile nel’uso della parola si apprezzano in testi poetici e originali (quello di A mia madre ha vinto il Premio Guido Gozzano). Altri riconoscimenti assegnati a brani contenuti nel disco sono il Premio Fabrizio De André e il Premio Augusto Daolio.

Al fianco di Hellmann si esibisce in alcuni brani un sestetto jazz polacco, che dà un tocco inconfondibile alle atmosfere di queste canzoni, sospese tra echi swing e blues, e intrise di un’impronta musicale vintage. Come vintage è la tecnica di registrazione: il tutto è stato eseguito infatti in un’unica session durata sei ore e registrata in analogico, senza ritocchi di sorta. Ecco quanto ci ha raccontato della sua esperienza, delle sue idee, della sua musica.

Da quanto si legge nelle note per la stampa, traspare che tu non abbia avuto alcuna fretta di pubblicare le tue canzoni in un cd con il tuo nome. Aspetto che mi sembra andare decisamente contro corrente, dato che oggi, non appena un cantautore o un gruppo compone qualcosa, cerca subito di trasformarlo in un disco... è un'impressione che corrisponde al vero? Ne puoi spiegare i motivi?

È vero, e ci sono diverse ragioni, alcune occasionali, altre più profonde. Viviamo in un tempo accelerato e drogato, nel quale l'uomo è sradicato dalla propria dimensione naturale, bombardato da messaggi sempre più brevi, invasivi ed aggressivi, da consumare in fretta, da usare e gettare. Anche i pensieri tendono a diventare inevitabilmente pensieri brevi, compressi e spezzati tra un frastuono e l'altro. Sono convinto che la lentezza, intesa come tempo per riflettere e per "sentire", sia un valore fondamentale. Chiunque abbia la pretesa di comunicare qualcosa attraverso una canzone o qualsiasi altra forma espressiva dovrebbe cercare di non avere mai fretta... E poi mi sono sempre sentito più autore che interprete, per cui, per convincermi a registrare un disco in prima persona, ho atteso un'occasione. In questo caso l'occasione mi è venuta dall'incontro con Tadeusz Nestorowicz.

Puoi descrivere il modo in cui hai conosciuto i sei musicisti polacchi che ti accompagnano nel disco e come è stato l'incontro reciproco di gusti e di culture musicali?

In quel periodo vivevo nella cittadina di Swidnica, nel sud della Polonia. Una sera mi ritrovai al Klub Rura di Wroclaw con alcuni amici polacchi e sul palco del locale c'era proprio il Tadeusz Nestorowicz Sekstet. Fui subito colpito da quelle atmosfere vintage deliziose, da quell'affiatamento che non sembrava risentire affatto del tasso alcolico, senz'altro elevato. Nell'intervallo, dopo molte birre, mentre tentavo di dirigermi barcollando verso il bagno, mi ritrovai davanti Tadeusz, il trombettista. Mescolando l'inglese a qualche parola di polacco gli dissi qualcosa che in questo momento non ricordo ma dalla quale lui dev'essere rimasto colpito, tanto che cominciammo a parlare a ruota libera di Chopin e Miles Davis. Ricordo che tirò fuori dalla tasca una foto che lo ritraeva nell'atto di suonare la tromba travestito da pecora. Mi disse: "Vedi cosa bisogna fare per arrivare alla fine del mese? Te lo immagini Chopin costretto a suonare i notturni travestito da pecora? Al tempo del comunismo almeno c'era rispetto per gli artisti". Gli confessai che da noi non è che andasse meglio per le espressioni culturali diverse da quella enogastronomica. Poi mi mostrò orgoglioso un'altra sua foto spiegazzata e unta: questa volta era in abiti borghesi, insieme alle tre figlie che sorridevano tenendolo abbracciato come un grosso orsacchiotto in mezzo a un prato. Bogdan, il pianista del gruppo, si avvicinò con tre pinte di birra. Quello che accadde dopo non sarei in grado di ricostruirlo lucidamente... In ogni caso ricordo che ci lasciammo con l'intenzione di rivederci per qualche altra birra e magari anche per la musica.

E ci ritrovammo, per una di quelle strane combinazioni orchestrate dal caso, il giorno successivo: ero seduto al sole su una panchina nel rynek intento a rivedere le bozze de "La rivoluzione imperdonabile", quando dalla torre del municipio una tromba iniziò a gonfiare l'aria di una melodia malinconica. Passarono pochi minuti e dal portone vidi uscire proprio Tadeusz, trafelato come chi abbia appena salito e sceso diverse centinaia di gradini. Mi riconobbe e sembrò quasi volersi giustificare: "Te lo immagini Chopin a suonare una mazurka ogni santo giorno a quest'ora dalla torre di un municipio?". All'improvviso mi venne in mente di chiedergli se avrebbe trovato ugualmente degradante suonare per uno scrittore italiano a cui era appena venuta una mezza idea di registrare un disco come si faceva negli Anni Settanta o giù di lì. A casa sua, dopo un aperitivo a base di una specie di salsiccia ricavata da non so quale animale, mi misi al pianoforte e gli accennai "Interno notte". Mentre suonavo lui iniziò a ricamare delle armoniche con la tromba. Quella sera stessa finimmo da Wojtek a bere e suonare. "Summertime blue" è nato così, dopo qualche settimana di musica e birra, da una jam session in una fattoria sperduta nella campagna ai margini di Olesnica, in presa diretta, in analogico, senza sovraincisioni, tagli o campionamenti.

Mi ha colpito il fatto che i testi delle tue canzoni siano scritti da te mentre le musiche siano composte da altri. Aspetto che comporta alcune variabili pesanti, di linguaggio, di stile, di gusti... In particolare si tratta di incontrarsi, di collaborare...

Ogni canzone è come un figlio, che presenta affinità caratteriali e somatiche più o meno marcate con i genitori. Quando scrivi con altre persone devi essere te stesso e, contemporaneamente, devi anche essere "l'altro" ed entrare nelle dinamiche di sensibilità differenti, per quanto vicine. Scrivere con gli altri, di riflesso, aiuta a conoscere meglio se stessi.

Più in dettaglio, viene prima il testo o la musica?

Non c'è una regola. Alcuni dei compositori con cui collaboro preferiscono partire dal testo, altri dalla musica. Scrivere il testo prima dà una maggiore libertà ma, al tempo stesso, preclude l'opportunità di lasciarsi guidare, influenzare, contaminare da altri colori. I miei testi, in ogni caso, nascono quasi sempre insieme ad una musica, solo che poi lascio che quella musica svanisca, venga dimenticata, e li affido alla cura di altre mani. Qualche volta la musica rimane, ma accade raramente.

In che modo lo stile del musicista influisce sul testo (o viceversa)?

Ci sono influenze di tipo meccanico (metriche e ritmi che impongono un certo tipo di disciplina e di linguaggio) e ci sono influenze di tipo dinamico/emozionale, come la capacità di evocare atmosfere e immagini attraverso un fraseggio melodico o un'armonia, a cui le parole devono necessariamente accordarsi.

Quali sono gli aspetti specifici dello stile di Fabrizio Gatti, di Marco Chindamo, di Michele Iuliano e di Tadeusz Nestorowicz che ti hanno colpito e che hai pensato di utilizzare nelle tue canzoni? Quali sono le qualità e le componenti musicali e di personalità di ciascuno che ti sono piaciute?

Dietro alla collaborazione artistica per me c'è quasi sempre un rapporto di amicizia e mi riesce difficile separare un elemento dall'altro. In generale la sensibilità è la prima cosa che mi colpisce in una persona (e, conseguentemente, anche in un compositore). Ciò che accomuna gli amici che mi hanno affiancato nella scrittura delle canzoni di "Summertime blue" è la capacità di vibrare in risonanza senza però perdere i tratti caratteristici della loro personalità. Così, sia pure nell'ambito di un progetto che ha una sua precisa direzione sonora e tematica, restano distinguibili la cantabilità aperta e delicata di Marco, le derive psichedeliche di Michele, il complesso e raffinato cromatismo di Fabrizio e la fantasia incontenibile di Tadeusz. Senza il loro apporto questo disco non potrebbe esistere. La complessità aumenta se pensiamo che i passaggi da due diventano tre al momento dell'esecuzione (il testo, la scrittura musicale e poi l'esecuzione)... Il bello è proprio questo. Ognuno aggiunge qualcosa di sé e il risultato finale, quando l'alchimia funziona, è sempre superiore alla somma algebrica delle singole parti.

Nelle note per la stampa si evidenzia l'anima romantica e poetica dei tuoi testi. Ne puoi parlare?

I testi per me sono fondamentali. È importante quello che si dice ed è altrettanto importante come lo si dice. Stiamo attraversando un periodo storico caratterizzato da un profondo degrado culturale. Qualsiasi parola priva di senso e di estetica sulle labbra di un cantante o sulla pagina di un libro rappresenta un'occasione perduta. La bellezza è un obbligo morale.

Perché hai scelto di registrare un intero cd in un'unica session di otto ore in presa diretta?

Perché volevo cogliere quell'attimo, quell'esperienza, il calore e la spontaneità che si sprigionano quando un gruppo di musicisti suona insieme in piena libertà. Oggi molti dischi si fanno suonando una nota per volta, utilizzando campionamenti, tagliando e incollando in studio. Il risultato è formalmente perfetto, ma spesso risulta freddo, artefatto. Questo disco ha molti difetti, ma è un disco "vero".

Mi piacerebbe che tu commentassi il testo di "Giorni strani".

Siamo schiavi di una dittatura televisiva, in un regime di libertà illusoria che ci sta portando ad una irreversibile eutanasia mentale ed emozionale. Abbiamo il "privilegio esclusivo" di un posto in prima fila ad ammirare lo squallido spettacolo del nulla e, anziché ribellarci, battiamo le mani entusiasti. Siamo rinchiusi in una fabbrica di solitudini, complici inconsapevoli delle nostre miserie. Non siamo più persone, siamo una media nazionale, siamo una statistica economica, siamo utenti di servizi, consumatori di merci. Questa falsa democrazia è peggio del fascismo.

Per quali motivi nel libretto si trova la traduzione francese dei testi?

Amo molto la Francia e la sua tradizione autoriale, da Brassens a Ferré, per cui mi è venuto spontaneo guardare in quella direzione... E poi sapere di poter contare sulla penna di una poetessa straordinaria come Patricia Dao era una tentazione a cui non si poteva resistere.

Alessandro Hellmann: Sito Ufficiale - Myspace.