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Intervista a Giulio Casale

Articolo di: Alberto Barina; pubblicato il 25/10/2005 alle ore 20:47:17.

Giulio Casale

Giulio Casale, leader degli Estra, nota rock-band trevigiana, con la quale pubblica tra il '96 ed il 2001 cinque album, che gli valgono l'attributo di "Poeta-rock". Nel 2000 pubblica il suo primo libro "Sullo Zero". Con lo stesso titolo, nel 2001, esce il suo primo album da solista, un fedele documento live dei suoi concerti-reading. Nel 2004, partecipa al prestigioso Festival Teatro Canzone Giorgio Gaber, gettando le basi per il suo nuovo percorso artistico, che lo porta a pubblicare nella primavera di quest'anno il suo secondo album da solista: "In fondo al blu".

Anzitutto come si sta sott’acqua, in piscina seduto su un divano…e come mai c’è un grammofono al posto di un moderno lettore cd? …Poi però riemergi dall’acqua… Parlaci un po’ della copertina del tuo album.

Sott’acqua si sta bene, non si sente tutto questo rumore di niente, rumore del presente. La copertina vuole rimandare subito al pezzo, alla canzone “In fondo al blu”, prima ancora che al titolo dell’album. Quella canzone è molto importante per me, è messa lì, alla fine di tutto il piccolo viaggio che è questo disco, questo viaggio intorno all’uomo odierno, per quel che ne vedo da qui sotto…(ride!!).

Essere “in fondo al blu” significa anche essere in una sorta di liquido amniotico, in una sorta di casa primigenia dove tutto ha inizio o mi sbaglio?

Dove tutto inizia e dove forse tutto finisce. L’acqua è questo cerchio magico, questo generare instancabile, incurante persino della morte.

Parlaci un po’ del messaggio o dei messaggi di fondo che vuoi trasmettere attraverso questo tuo album “In fondo al blu”.

Non ci sono slogan, non parto mai da un punto di vista ideologico, cerco solo di capire perché siamo così (in)sofferenti, perché la meraviglia di esserci è sempre rimandata, sempre censurata. Ci sono così tanti e tali condizionamenti…provo a togliere qualcuna delle maschere che ci siamo messi, o che ci hanno messo addosso; provo a vedere che ne sarebbe di noi se ci liberassimo veramente, magari anche di tante finte libertà.

Una “pastiglia vivace” in “L’uomo col futuro di dietro”, poi “Se lo sapevo che faceva male non l’avrei mica ingerita…” in “Sbarre sui denti”. Scusami la franchezza ma tutto questo blu e queste pastiglie mi sembrano un ironico velato riferimento al “Viagra” o mi sbaglio?

Forse è anche più largo il discorso: siamo tutti ormai in preda alla cultura del “rimedio” che è sempre e solo chimico, sia esso medicinale, psicofarmaco o cosiddetta droga. Mi pare degno di nota, e di qualche preoccupazione, l’incapacità di rimettere sé stessi in equilibrio psico-fisico in modo consapevole e se possibile naturale. Certo, anche il “Viagra” fa pensare!

Ci dai qualche dettaglio in più per meglio comprendere, per individuare magari anche da un punto di vista somatico un ipotetico “Parassita intellettuale”?

E’ colui il quale non pensa più con la propria testa, o meglio non ha più sentimenti autentici ma sempre indotti, acquisiti, assorbiti dall’esterno mediatico social-culturale, ovvero di massa. Stiamo diventando ogni giorno che passa sempre più arrivisti ed individualisti ma meno individui, meno soggetti. Si ha sempre più il timore di chiamarsi fuori, di dirsi diversi, anche a costo di sembrare, per un attimo, dei solitari. E’ questo coraggio che manca, ma è proprio la società a consigliarlo…è così brava lei!!!

Dopo aver ascoltato anche “Sbarre sui denti” mi viene spontaneo chiederti cos’è per te l’ironia e quanto è importante “farne uso” in una canzone?

L’ironia è riuscire ad avere un certo distacco intellettuale da una situazione che in realtà ti fa soffrire, grazie a quel distacco sei in grado di sorriderne o persino di riderne; non credo sia un atteggiamento possibile in ogni circostanza della vita, tuttavia condividere una sana risata, ogni tanto, ci vuole.

Sempre a proposito di “Sbarre sui denti” mi viene da chiederti quale altro divieto, oltre a quelli già citati nella canzone, vorresti veder abolito o ti sembra completamente inutile, superfluo e quale invece ti piacerebbe che venisse imposto alla gente e che possa, in qualche modo, aggiustare l’andazzo popolareggiante (vedi la musica del brano in questione) della nostra Italia?

Vorrei solo che ciascuno fosse messo nelle condizioni di autodeterminarsi veramente, o meglio di corrispondersi, o solo di esprimere sé stesso compiutamente. Ogni proibizionismo allontana quell’incontro decisivo con il proprio sé. Viviamo in un’epoca schizoide che da un lato promette libertà infinite, dall’altro impone tanti e tali atteggiamenti sociali da non essere credibile mai, né in senso etico né in quello libertario.

Vuoi spiegarci più dettagliatamente perchè in “Cara giovane vergine che mi parli di suicidio” citi “La luna e i falò” di Pavese?

Se è per questo cito anche, ed esplicitamente, Nick Drake, altro suicida o quasi, e forse ti ho già risposto. Una volta sentii dire a Fabrizio De Andrè che troppe volte aveva visto i libri di Pavese sui comodini di amici che poi l’avevano fatta finita: è successo anche a me e mi è sembrato naturale partire da lì, da una notte, da un buio, da una luna e i falò ed innanzi tutto dal tremendo mestiere di vivere. Ma si cerca a fondo la vita in quel pezzo, spero davvero fuor di retorica.

Mi sembra doveroso ed imporante che tu ci parli più approfonditamente del messaggio che vuoi lanciare con il brano “Ora o mai più”.

All’inizio pensavo di intitolare questa canzone “Le radici della violenza”, ma ce ne sono tante altre… “Ora o mai più” è un titolo migliore perché esprime quest’urgenza di presa di consapevolezza individuale che è davvero assente oggi e il risultato è spesso appunto la violenza sia essa psicologica, familiare, scolastica o addirittura internazionale, bellica. In più, nessuno canta la gioia, la meraviglia, lo stupore nemmeno come possibilità, come utopia: però ci si stupisce che i cosiddetti giovani siano annoiati o un poco disperati!

Pessoa dice di sé nelle sue poesie “Sono la prosa stessa che scrivo/mi snodo in periodi e paragrafi…” e Giulio Casale come si definirebbe come cantautore, musicista, poeta?

Un cercatore, un funaiolo di città, un cacciatore senza carabine, un trovatore. La poesia è già data, basta avere occhi ed antenne per scovarla. Non mi sono mai detto poeta, me lo dicono. Ma poeta viene da “poiesi”, dal fare; non ho mai creduto né ceduto al fare (il mondo è già troppo indaffarato ed inconcludente), forse nessuno è autore di alcunché. Ripeto: è tutto già scritto, già svolto, il film è già stato girato; non resta che cantarlo!

Molti tuoi colleghi sostengono che il binomio musica-poesia debba rimanere diviso, altri sostengono che musica e poesia invece siano “parti di uno stesso corpo”. Qual’è la tua opinione in merito?

Non è un mistero che la poesia anticamente era cantata, era in rime per necessita mnemoniche, eccetera, eccetera… detto questo, credo siano ben pochi i cantautori nella storia che possano avere valenza poetica tout court. Quindi teoricamente non vedo una scissione così evidente tra le due applicazioni, ma in pratica.

Il tempo, questo tempo è più amico o più nemico della musica, dell’arte in genere?

Questo tempo assurdamente veloce, in ansia proprio a causa dello scorrere (apparente) del tempo, questo tempo del tutto arreso alla mercificazione d’ogni cosa (persino dei nostri sentimenti), questo tempo di grandi numeri (o estinzione), questo tempo esausto e malato, circondato da medici esperti ma vieppiù perplessi, questo tempo ha pochissime probabilità di dare alla luce autentica bellezza, o meglio di condividerla, di farne tesoro comune, veicolato. Poche ma non nessuna, questo mai, e non sto affatto pensando a me, beninteso, ma ad un malessere diffuso, sensibile e fertile, lì, lì per rovesciare il tavolo che gli assetti socio-cultural-mondiali prevedono per tutti noi.

Durante la tua carriera ti è mai capitato di sentirti un po’ come una sorta di Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento?

Mai, davvero. Mi dico sempre che si è qualcuno se non ci si prende per qualcuno. Non so chi sia questo Giulio Casale, se non un timido osservatore.

Avresti voluto essere l’autore di… e perché

L’elenco potrebbe essere lungo, o anche non darsi proprio. Forse direi “Famous Blue raincoat” di Leonard Cohen, perché è una lettera così delicata, musicale, e così assolutamente universale (che la poesia tende all’universale o non è) che prima di lui non s’era sentita mai.

Una tua personale fotografia della situazione dello stato attuale della musica in Italia oggi e qual è la percentuale di “anoressia” nella musica odierna?

E’ anoressia in quanto ad originalità, a ricerca autentica, domestica, ma è bulimia in quanto a fagocitazione di tutto quanto fa trendy oltreoceano o in Inghilterra. Forse è sempre stato così. Da parte mia cerco sempre più di guardare ad una nostra tradizione, che pur c’è, ed è grande anche in senso qualitativo, per portarla magari a fare un giro, a toglierle di dosso qualche gesso eccessivo…chi lo sa, non presumo un bel niente!

Cosa sentiresti di dire ad un giovane che come te vuole intraprendere la strada della musica oggi?

Di lasciare perdere ovviamente…o di avere il coraggio di puntare decisamente a qualcosa di “inaudito”, estremamente complesso o estremamente semplice, non lo so. Ma di altre piccole meteore da classifica pop davvero non ne ha più bisogno nessuno, tranne il mercato stesso, peraltro agonizzante di suo…

Da musicista, hai un consiglio per chi vuole proporre musica di qualità nel nostro paese o un’idea per renderla meno di nicchia?

Consorziarsi, aprire ciascuno le proprie porte di casa, abbandonare gelosie territoriali e soprattutto artistiche. La generazione di musicisti che fu quella dei nostri padri aveva la forza di fare gruppo, di confrontarsi e di crescere anche a livello tecnico, artistico, grazie ad un continuo confronto. Oggi tutti i giovani musicisti sono chiusi in una stanza davanti ad uno schermo di computer, si fanno il loro disco, ok, è bello, è democratico…ma siamo sicuri che quel disco non sarebbe più interessante (magari più universale) se scaturisse da un vero confronto? Io continuo ad andare in veri studi di registrazione, non smetto di cercare collaboratori e anche tecnici perché non dimentico mai che “la vita, amico, è l’arte dell’incontro”.

Sito internet: www.giuliocasale.it

Un ringraziamento particolare per la gentile ed amichevole collaborazione nella realizzazione di questa intervista anzitutto a Giulio Casale ed a Federico Sparano di www.artesrecords.net.